Al Presidente della Regione
Autonoma Valle d'Aosta - Pierluigi Marquis
Al Ministro dello Sviluppo
Economico - Carlo Calenda
Al Ministro dell’Ambiente
- Gian Luca Galletti
p.c.
al Tribunale Superiore Acque Pubbliche
Le
imprese dell’idroelettrico hanno presentato nei mesi scorsi al
Tribunale Superiore Acque Pubbliche un
ricorso contro la moratoria alla realizzazione di nuove centrali
che la Regione Valle d’Aosta ha introdotto nel dicembre 2016.
Ricordiamo
che la Valle d’Aosta contribuisce alla produzione nazionale di
energia idroelettrica con una produzione media annua di 3.000 milioni
di KW, con un totale di 226 impianti di grandi e medie dimensioni,
risalenti i più grandi al secolo scorso, (dati PEAR del 2013 oggi
ampiamente superati).
Negli
ultimi vent’anni, sotto la spinta degli incentivi alle energie
rinnovabili, si sono aggiunte numerosissime centrali piccole e medie
il cui apporto alla produzione totale resta però limitato.
Nel
periodo 2001-2010 le 86 nuove concessioni rilasciate per impianti
inferiori ai 1000 KW hanno aumentato la potenza nominale media di
soli 11,7 MW a fronte dei 530 MW già installati.
L’aumento
irrisorio della produzione non compensa i danni ambientali provocati
dalle piccole centrali.
I
danni ambientali sono evidenti in quanto i nuovi impianti riguardano
anche i torrenti di maggior pregio e le situazioni geomorfologiche
più fragili.
La
Regione, infatti, non ha provveduto ad individuare le aree non idonee
alla realizzazione degli impianti idroelettrici, come suggerito dalla
Legge 387 del 2003. Tutti i corsi d’acqua della regione sono stati
e sono a tutt’oggi disponibili (fatta salva la moratoria in
premessa) ai prelievi di acqua per il loro intero percorso,
nonostante ciò sia in contrasto con le norme europee.
La
Direttiva 2000/60/CE fornisce precise indicazioni sulla tutela delle
acque, norme che lo Stato ha iniziato a far rispettare nei fatti, a
seguito dell’apertura di una procedura di infrazione da parte della
Commissione Europea, solo con i recenti DM n.29 e n. 30 del febbraio
2017 “Linee guida concernenti il calcolo del deflusso ecologico e
la valutazione ambientale delle derivazioni idriche” (linee guida
che devono ancora essere recepite dalle Autorità di Bacino e dalle
Regioni).
Nel
frattempo l’unico fiume della regione, la Dora Baltea, e tutti i
torrenti sono stati derivati, in parte o completamente, a servizio
degli impianti idroelettrici, con un degrado ambientale e
paesaggistico molto importante per una regione che basa la sua
economia in modo preponderante sul turismo.
I
torrenti più importanti sono derivati in percentuali che vanno
dall’83% al 100% del proprio percorso, come emerso nel procedimento
di aggiornamento del Piano Tutela delle Acque (PTA) tuttora in corso
e di cui si prevede la conclusione entro la fine dell’anno.
Restano
liberi solo alcuni tratti di torrenti di alta montagna nella loro
parte iniziale, quegli “head-rivers” che l’Europa raccomanda di
preservare. L’Europa richiede anche di salvaguardare i torrenti di
qualità elevata ma, poiché ai sensi delle normative attuali questa
“qualità” dipende solo dalla qualità chimico-fisica delle
acque, non risulta che un torrente subisca degrado dalla sottrazione
di acqua. Motivo per cui le derivazioni risultano spesso non avere
nessun impatto sullo stato dei torrenti.
Ai
corsi d’acqua che vengono derivati a scopo idroelettrico deve solo
essere garantito il Deflusso Minimo Vitale, calcolato, fino a quando
non sarà reso applicativo il citato DM n.30, in una quantità
(quella prevista dal PTA del 2006) troppo bassa per poter garantire
la vita ecologica del corso stesso.
Deflusso
Minimo Vitale che in tante occasioni nella nostra regione non è
stato rispettato. Gli uffici regionali, da anni impegnati (con grande
onere lavorativo) a rispondere alle richieste di concessioni e ad
esaminare i numerosissimi progetti, sono stati sovente carenti nel
controllo del rispetto del DMV. Ma anche quando hanno controllato e
riscontrato dei prelievi scorretti (su 121 impianti monitorati il 20%
sfora) le norme vigenti hanno permesso loro di sanzionare gli
inadempienti solo con ammende pecuniarie di entità irrisoria
rispetto al profitto che il prelievo eccessivo aveva generato
all’impresa.
Lo
stesso Gestore dei Servizi Energetici (GSE) quando, dopo un controllo
che ha verificato irregolarità in 10 su 14 impianti visionati, ha
voluto recuperare gli incentivi che le imprese avevano introitato
illecitamente (più di 10 milioni di euro), prelevando più acqua di
quanto concessionato, si è scontrato con gli impresari interessati.
Impresari
che negli anni hanno accumulato ingenti profitti, grazie agli
incentivi, e sovente hanno realizzato degli impianti che senza gli
incentivi non avrebbero avuto alcun interesse economico. Profitti
finiti nei paradisi fiscali mentre alle popolazioni, deprivate della
loro risorsa “acqua”, sono rimaste solo le briciole rappresentate
dai canoni.
Alla
luce della situazione illustrata, il
ricorso attuale, presentato da quegli stessi impresari che da anni si
arricchiscono a spese dei cittadini tramite gli incentivi
pagati dallo Stato sfruttando le risorse dei territori, dimostra
l’arroganza di una categoria che pensa di poter rivendicare le
prerogative che sono state loro concesse facendole diventare una
fonte di diritto da imporre alle istituzioni, il “diritto al
profitto privato”, a scapito dei beni comuni e delle risorse
pubbliche.
Chiediamo
pertanto alle autorità in indirizzo:
-
di voler adeguare il
Regio Decreto del 1933, che
regola a tutt’oggi i rapporti economici delle amministrazioni con
le imprese e le relative sanzioni, alla
situazione attuale;
-
di voler garantire
l’applicazione delle norme europee di tutela delle acque
fin da subito, o comunque, prima
che la totalità dei torrenti sia completamente compromessa.
Le
associazioni ambientaliste che partecipano all’aggiornamento del
Piano di Tutela delle Acque della regione Valle d’Aosta.
(Lega
Ambiente , Valle Virtuosa, Decrescita Felice,Attac Aosta, Cai )
Aosta, 26 aprile 2017.
